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xxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx La casa rossa “ ra cà rusa “ si trovava sulla vecchia Bussolana, dietro il mulino dove la strada che è il lungo roggia, fa la prima curva a destra. Abbattuta negli anni sessanta ne rimane solo il ricordo in chi l'ha vista e qualche fotografia come questa da cui Giorgio Fonfone ne ha ricavato il suo bel quadro. Era una casa cantoniera dove abitavano due famiglie di addetti alla manutenzione della roggia. Un’altra casa cantoniere si trovava due chilometri più avanti si chiamava e tutt’ora si chiama “ ir casinòt dra Bisia “ ci abitarono i miei nonni materni e vi nacquero tutti e quattro i loro figli. Questa casetta è il ricordo più bello dei nostri giochi sulla Bussolana che ci ha visti protagonisti, i miei amici ed io, durante le calde giornate d’estate. xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Pio Gallina ritorno all'indice xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Così
parla il prof. Pier Luigi Bruzzone, nel secondo volume della storia di
Bosco: La
Bussolana parte dalla strada che va a cascina Vecchia o da Lemme, sulla
riva sinistra della roggia vicino all’incastrone della regione Fracchia e
si allunga per più di tre chilometri in mezzo ai prati, parallela alla
roggia dalla
quale dista un centinaio di metri. Era per antonomasia la strada dei
prati. Era bello vedere l’andirivieni di carri tirati da ciondolanti coppie di buoi o mucche, prima vuoti poi carichi di foraggi che al loro passaggio accarezzavano i cespugli ai lati della strada perdendo un po’ del loro carico. Questi restando dove cadeva trasformava la strada in un soffice tappeto di fieno. ............................................................................................................... Oltre ai prati allora c’erano moltissime piante. Piantagioni di pioppeti su entrambi i lati e altri pioppi sui rivi dei fossi e sul lungo roggia, poi querce, gelsi, salici, ciliegi, qualche noce e mi ricordo perfino un bosso, allora, di
una ventina di centimetri di diametro. Era,
per noi, la strada delle praterie del west. Pochi bambini hanno avuto, nel corso della loro infanzia, la fortuna di avere a disposizione degli ambienti cosi pieni di prati e piante, rogge e fossi quasi sempre pieni d’acqua, com’era allora, quando eravamo piccoli. Oggi reputo che quello era un ambiente invidiabile per chiunque e fu la nostra fortuna e la fortuna dei nostri giochi. Nemmeno un parco cittadino, per ben tenuto che fosse poteva dare la voglia di viverlo come a noi lo davano i prati della Bussolana. ............................................................................................................. Quante
volte l’abbiamo fatta, quella strada, giocando e correndo all’ombra
dei pioppi, prendendo sole e aria buona in mezzo a tutto quel verde. Sparire
dal paese, con i nostri bastoni che erano poi immaginari fucili, con la
bandiera in testa e avanti il più lontano possibile dal paese, poche
centinaia di metri e poi non vedevi più l’abitato. Solo negli anni
sessanta hanno costruito la torre dell’acquedotto che si vedeva spuntare
tra gli alberi. Quella, però, era un’altra epoca. Corrersi
dietro, spararsi con i nostri immaginari fucili, prender le rincorse e
saltare i fossi pieni d’acqua, nascondersi in mezzo agli alberi fitti
fitti della roggia o delle piantagioni di pioppeti, era il gioco
spensierato di una ventina di bambini che più di così non potevano
chiedere per soddisfarlo. Immersi in quel verde per noi non esisteva più il mondo civile. Eravamo con la fantasia nel gran west di Buffalo Bill o in mezzo alle piante, nella giungla di Chiomadoro, gli eroi dell’Intrepido. La lettura di quel fumetto, soprattutto i racconti di Buffalo Bill, aveva acceso in noi l’idea di farci un fortino con travetti di legno, come il forte Carson delle giacche azzurre negli episodi di Buffalo Bill. xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Pio Gallina ritorno all'indice xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Sotto
il muraglione di Bosco da
data immemorata c’e’
un pezzo di paese che si chiama Valgelata. xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx con Piero che che, Carlino e Miguèl qui
ci sono nato e qui ho vissuto con
loro ho giocato spensierato mi
son divertito e son cresciuto. Quel
pezzo di paese era bello ci
vivevamo felici e appagati correndo
per le sue strade come dei matti fino
a quando ce ne siamo andati. Eravamo
in tanti allora facevamo
una squadra consistente giocavamo
a guardie e ladri con fare allegro preoccupando
i genitori e anche la gente. Giocando
tra gli ippocastani per
quella strada sotto il muraglione correvamo
come dei forsennati gridando
dietro un pallone. Poi alla fonte del pozzo della piazzetta quando
assetati finalmente ci fermavamo pompando
a mano tiravamo su l’acqua e
bevendo con avidità ci dissetavamo. La
ricordo quella casa rotta era
il nostro immaginario fortino ci
ritrovavamo tutti insieme dopo scuola a
giocare vicino alla casa di Carlino. E
durante le calde notti estive, al
chiarore della luna piena e parlando di cose vane seduto
con gli amici sul muraglione ascoltavamo
il gracidare delle rane. Lo
ricordo quel vecchio ma grandioso mulino che allora andava tutto il giorno andavamo anche noi con allegria a fare il bagno alla lavera, ma poi vi giravamo intorno e
dietro il mulino un bel lago e
una cascata d’acqua fragorosa che
riempiva il laghetto e le rogge per noi era molto famosa Erano
per noi avventurosi fiumi quelle
rogge nelle verde campagna pescavamo
pesci, rane e gamberetti ci
tuffavamo nell’acqua, era una vera cuccagna. Andavano ad irrigare la verde campagna piena
di pioppeti, rogge, fossi e prati
che
erano il confine dei nostri sogni non
saranno mai dimenticati. Anche
se allora eravamo povera gente vivevamo
in un ambiente pulito e ben curato con
l’opera faticosa dei nostri contadini oggi
purtroppo tutto è trascurato. Sotto
il muraglione di Bosco dove
giocavamo a pallone non
ci sono più gli ippocastani e
quel pezzo di paese è un po’ dimenticato. Ma
la sua gente con fede
immutata sospira
per veder rinascere “ la Valgelata “ xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Pio Gallina ritorno all'indice xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxx Case di terra Case di terra Nidi di lunghe sofferenze Senza pane Noi che moriamo vi lasciamo i nostri pensieri Moltitudine
di gelsi moltitudine di gelsi disseminati nella solitudine quando parlerete al vento di noi di voi delle nostra amicizia perduta Dormi
terra mia buon notturno a te terra della mia memoria dormi terra mia dormi la tua pace Tu,
sole del mio meriggio i campi di grano ondeggiano cresce il fruscio delle spighe monta la calura del giorno e scoppi tu sole del mio meriggio Fili
d’erba fili d’erba senza corolle attingete alle rugiade del mattino ed odorate le immense cavità del cielo Il
verde tenero a primavera il verde tenero del grano nascente dilaga nella distesa e trema sotto la carezza del
vento marino Raccontami
pozzo mi avvicino al pozzo da tanti anni è li mi sporgo sulla verticale dell’acqua mi specchio l’aria è sombra e taciturna. Raccontami pozzo, raccontami. xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Le stoppie deserte Quando il grano L’hanno tutto tagliato E l’hanno portato via Rimangono Le stoppie deserte xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Le rondini Anche quest’anno Sono arrivate le rondini Vi rivedo rondini Nella mezzaluce del tramonto. Avete ritrovato il vostro nido Sotto la gronda? xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Perché
tu sei là Ho camminato Su stoppie abbandonate E sotto soli cocenti. Sperduta nel bosco Ho visto una cappella votiva O Signore. Dentro pendeva dal soffitto Una lampada accesa. Ora ritorno Al mio sentiero Ti chiedo: perché tu sei là e fuggi dal mio cuore? xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Tutte le sere Tutte le sere Se spunta la luna Io vedo una terra di sogno. Tutte le sere Nella campagna Io sento un grande respiro xxxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxxxx Giovanni Martini ritorno all'indice xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx
xxxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxxxxx
xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Trinità dei prati. Angolo perso di Bosco. Chiesetta tipica di campagna costruita attorno al 1300 e abbattuta nel 1812 per fare la strada che porta a Casalcermelli. Strano destino di questa chiesetta boschese già allora abbattuta e ricostruita vent’anni dopo. Nel 1965 venne riabbattuta perché bisognava allargare la strada. Ma non si poteva spostare la strada una decina di metri verso i prati e conservarla? Da un bel quadro di Giorgio Fonfone è stata riprodotta da una vecchia fotografia dell’inizio ‘900 quando, come si nota, la strada non era ancora asfaltata. Più avanti una cinquantina di metri sulla sinistra oltre la roggia c’era il martinetto posto di produzione artigianale di attrezzi agricoli manuali e di ferratura del bestiame, bovini ed equini. Tale martinetto è stato dismesso dopo la prima guerra mondiale quando, a Bosco è arrivata la corrente elettrica motrice e i fabbri si sono spostati dentro il paese. xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Pio Gallina ritorno all'indice xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx |
xxxxxxxxxxxxxxxBOSCO DAI VERDI PRATIxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Bosco
dai verdi prati, delle
tue rogge e dei tuoi pioppeti del
tuo borgo e della tua gente, la
tua quiete mi ristora. Qui tutto e’ pace e tranquillità.
xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Ammirando il tuo ambiente nella calma, nella serenità e nella quiete della sera, ascolto i tuoi silenzi e riconosco le voci della natura.
xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Passeggiando
per la Bussolana guardo
attentamente la tua campagna la
vedo spoglia e desolata
e
ripensando al tempo andato mi ricordo quant ’ erano verdi quei prati.
xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Osservando
le tue rogge e i tuoi fossi
ripenso
ai padri dei miei amici che
tanto han dato per tenerli in ordine ora
li vedo in abbandono e pieni di erbacce e mi ricordo le acque limpide che vi scorrevano.
xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Passeggiando
lungo la tua Orba
vedo
una desolazione che mi rattrista e
le sue sponde occupate con abuso dall’avidita’
di chi per te passione non ha e mi ricordo la bellezza dei suoi boschi e dei suoi fondoni. xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Passeggiando per i tuoi vicoli tra case, chiese e piazze, dal mulino e lungo il bastione, osservo i segni del tempo andati e mi amareggio per l'incuria e la tua decadenza.
xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Passeggiando
per le tue vie
saluto
coloro che incontro sono
i figli della tua gente volti
simili alle persone di un
tempo e mi ricordo di un passato mondo contadino. xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Bosco
dai verdi prati delle
tue rogge e dei tuoi pioppeti del
tuo borgo e della tua gente il
tuo ricordo mi risveglia e ho voglia di riscoprire le mie radici. xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Pio Gallina ritorno all'indice xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx che desti in me la memoria xxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Vecchio Bosco che desti in me la memoria di quel passato irripetibile che vissi e che vissero con tanta dedizione i nostri padri e chi li precedette, parliamo ancora di come eri allora per rievocare con i miei ricordi nei sentimenti dei giovani d'oggi com'era fatto il tuo incredibile passato. xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Chi ha vissuto quell'epoca unica osservando la stanchezza di quella gente e ripensando oggi a quel tempo andato non potrà mai dimenticare quella vita trascorsa tra casa e campagna, famiglia e società fatiche e sudori e duro lavoro che sono stati i soli ma sofferti obblighi che della tua gente ne hanno oberato tutta la vita. xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx E la mia giovinezza per quello ne fu segnata tanto che presi la mia posizione politica ma non solo quella ne fu ispirata lo fu sopratutto il mio modo di essere che si formò nella passione verso la natura l'ammirazione per il duro lavoro nei campi splendore e ricordo di quel mondo contadino che oggi più che mai mi ritorna in mente. xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx La verde campagna di prati e pioppeti percorsa da rogge da fossi e da strade piena di cascinale e poderi che si allarga dal vecchio mulino alle rive dell'Orba allora selvosa, fino alla diga di Bosco a Fresonara era il mondo agreste di padri e di nonni che han speso la vita operosa per te. xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Pio Gallina ritorno all'indice xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxx .............................................................................................................. Quando
veniva la sera, le nostre mamme avevano l’abitudine di mettersi sul
portone di casa o sull’angolo della strada più strategico e facevano la
chiamata dei loro figli. Chiamavano i loro figli con una voce acuta e
prolungata che arrivava lontano e anche se non si capiva il nome,
riconoscevamo, dal timbro della voce, la nostra madre. Nene,
sul portoncino di casa, chiamava Pierluigi Gina
sulla strada, chiamava Carlino Natalina,
venendo verso noi in via Manlio, chiamava Piero Giorgio,
papà di Beppe, era l’unico che chiamava suo figlio con un fischio. Mia
madre, dal fondo della via Circonvallazione, mi chiamava a
ripetizione. È questo uno dei ricordi più cari e simpatici che ho. ................................................................................................................ Erano quelle giornate di giugno, caldissime di giorno e fresche la sera. L’ambiente di Bosco, che non era disturbato dal rombo dei motori, delle auto o delle moto, offriva dei silenzi a dir poco straordinari. Credo che ciò sia per qualsiasi altro ambiente dove l’uomo non ci faccia lo sconsiderato, ma oggi di luoghi così non ne conosco. A Bosco, era tutto una magica fusione di suoni della natura e voci umane. I mezzi motorizzati che turbavano la quiete incomparabile del paese erano solo quelli del dottore o dei carabinieri. Trattori quasi nulla, tante biciclette e la stragrande maggioranza dei Boschesi andava a piedi. Alla sera quando si andava a spasso per il paese, quel salutare silenzio dominava su tutto. Si sentiva da una parte il parlare sommesso delle donne che si ritrovavano per la chiacchierata. Da qualche stalla si sentiva il vociare di un contadino che si attardava a governare il suo bestiame e, strano a dirsi oggi ma allora era normale, spesso parlava con esso come se fossero persone. La luce debole dell’illuminazione stradale creava un ambiente, emozionante, da presepio. L’ambiente naturale ci regalava il suo coro di suoni agresti come il gracidar delle rane e il vibrar dei grilli, il tutto immerso in una moltitudine di lucciole che volavano sotto il muraglione e una Luna piena che spandeva il suo chiarore d’argento su tutto. ................................................................................................................ Anche noi, madidi di sudore e stanchi dei giochi, sentivamo la necessità di un attimo di tregua e un po’ di riposo. Ci portavamo sul muraglione davanti al mulino, a ridosso di un muro, c’era una panca di granito che esiste ancora. Seduti uno accanto all’altro, ancora con un po’ d’affanno, senza parlare ci calmavamo del tutto. Guardavamo la Luna piena nel suo splendore. Osservare l’astro della notte nella fase di Luna piena, per noi della Valgelata è sempre stato un’attrazione fantastica. Quando veniva proposto quasi mai ci rifiutavamo o proponevamo qualcos’altro. A me scatenava la fantasia e credo, pure agli altri, tanto era il silenzio nell’ammirarla. Poche
parole uscivano dalle nostre bocche e la nostra fantasia, in fase di
totale quiete, rimaneva rapita da quella visione. "
Che che che bella. " Balbettava Piero e non più di tanto. "
Mm mm mm. " Tentava di rispondere Paolo ma balbuzie e mancanza di
fantasia gli impedivano di dire di più "
Lè bella grande. " Diceva Carlino raggiungendo
il culmine del suo fervore poetico "
Ci manca l’urlo del coyote. " Diceva Miguel che con il volo dei suoi pensieri era già arrivato nel
nuovo Messico. "
Fa perfino ombra. " Dicevo io osservando
dietro di me sul muro, la nostra ombra seppur labile. "
Chissà se lassù c’è
qualcuno. " Disse finalmente Paolo " Bestia! Ma sulla Luna non c’e nessuno. " Rispose Carlino. " Ma su Marte si " Intervanni. "
E tu sei andato a vedere. " Mi
rispose Piero " Un giorno mi piacerebbe andare a fare un viaggio su Marte. " Ribattei cominciando ad andare più lontano di tutti con la fantasia. Così erano i nostri dialoghi
di fronte alla Luna piena in quelle fresche serate estive. Un
parlare innocente di cose vane. Davanti a noi la sagoma del mulino ci era amica. Dietro, le grosse acacie della roggia, completamente al buio, sembravano ombre. Si sentiva il rombo della cascata, e un coro unico di grilli e di rane riempiva quell’ambiente agreste, facendo compagnia al sonno stanco dei contadini e a noi donava una serenata fantastica che sarebbe rimasta sempre profonda nella nostra memoria. xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Pio Gallina ritorno all'indice xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Una stanza vuota Dai corpi del nutrimento Solo macchine Condannate
al silenzio Le mani sfioravano La materia in trasformazione Allora
nulla era fermo Ma il silenzio non è vuoto È solo un passaggio L’attesa di altro Di
un possibile cambiamento Oggi Corpi come tracce trasparenti Come pelli strappate Dagli uomini che impregnavano Grano e farina Ritrovano Memoria e forma xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Luisella Carretta ritorno all'indice xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx
xxxxxxxxxxxxxxxxxxxx O Bosco, verrà il tempo in cui non riposeremo più sotto i tuoi chiostri, non ci inginocchieremo più nella tua devota chiesa, non passeggeremo più per la tua bella e vasta cinta di salici e pioppi, non seguiremo più i corsi degli innumerevoli e limpidi ruscelli che bagnano le tue praterie, ne non lasceremo più sotto la tua guardia i nostri cari morti! O Bosco La patria stessa non ci farà dimenticare la tua ospitalità, la tua bontà, il bene che da te abbiamo ricevuto, la gioia e l’unione che ci hai procurato; e prima di morire il nostro occhio ti cercherà da lontano tra il cielo e la terra. xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Padre Jean-Baptiste Henri Lacordaire xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx PASSEGGIANDO PER I PRATI DI BOSCO RICORDANDO I NOSTRI PADRI xxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxx Boschese
che passi da queste parti… ascolta: osservando
questi prati, fonte di grandi
fatiche che
col sudore di molte generazioni assolta dalle
loro silvestre condizioni
antiche, xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx chiediti
chi questo splendido ambiente ha edificato che
con manuali mezzi e sovrumani stanchezze di
questa meraviglia l’ha voluto e l’ha formato per ricavarne invano solo precarie ricchezze. xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Non è il caso che quest'ambiente ha creato, ma l'opera faticosa di chi ci ha preceduto che tant'impegno e sudore ha dato: i
nostri padri che
sol lavoro e fatiche han conosciuto. Con
tanto lavoro han prodotto questa bellezza di
storiche rogge, folti pioppeti ed estesi prati, che
oggi lasciamo tristemente nella trascuratezza stoltamente,
proprio noi, lor successor
ingrati. Boschese
che passi da queste parti…ricorda: se
quest’ambiente che hai visto ti è piaciuto amalo
e rispettalo, e fa che
nessuno scorda, quella
gente che l’ha fatto e tu non hai conosciuto. E
cerca di conoscerlo quel mondo contadino che
del lavoro, della fatica e del sudore ne
fecero debito assiduo, tenace e destino per produrre quel che hai visto, bene e con onore. xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Pio Gallina ritorno all'indice xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Caro ciliegio, che lasci cadere i tuoi petali come voli di farfalle in primavera. Scuro muraglione, che ti imponi al passaggio come l'animo delle persone dure. Laborioso aratro, che rispecchi ancora la tua voglia di lavorare e la fatica di chi ti guidava. Vecchio baule, che ancora oggi nascondi i tuoi segreti misteriosi proprio come nel giorno in cui decisi di esplorarti. Rude cancello, che hai visto il passaggio di tante persone di cui puoi raccontare le grandi diversità. Manto erboso, dove posso vedere ancora le spigliate corse della mia spensierata giovinezza. Dolce e generoso animo, che ancora ripensi alle tue spericolate avventure vissute in quella verde campagna. Parlatemi ancora di questo paese. xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx
scritta da Giulia Gallina a soli 11 anni, nel 1994, a ricordo della casa paterna di Bosco xxxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxx xxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxx Granelli di speranze unite da gocce di ricordi sospesi in aria da apparenti forti sentimenti xxxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxx Dal ciglio cadono dolci e leggere gocce di pioggia. Fresca rugiada lava le corolle dalla stanchezza dell'ultima sera. Un triste ma soave profumo nell'aria aleggia. Timidi si odono lontani singulti. xxxxxxxxxxxxxxx 1° premio Giuseppina Lo Guercio 1999 - Caselle in Pittari - SA xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Giulia Gallina
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xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx La strada per san Michele La
strada che portava e porta tutt’oggi a san Michele, era allora come
oggi, inghiaiata ma, a differenza di oggi, ci potevi camminare scalzo.
Il continuo passare di carri dei contadini trainati dai bovini avevano
macinato così finemente la ghiaia la dove passavano le ruote con i
cerchioni di ferro, che questa era diventata finissima come il cemento.
Di auto non ne passavano, rarissime, biciclette, gente a piedi ma
soprattutto tanti carri con le ruote di legno e i cerchioni di
ferro. Quel lungo roggia era, molto frondoso. Una fila continua di
grosse e fitte piante di pioppi neri e roveri con folti cespugli,
segnavano la riva sinistra
della roggia oscurando la visuale verso i prati da quella sponda. E sul
lato destro della stessa strada, un profondo fosso e grossi pioppi molto
ravvicinati uno all’altro, segnavano l’inizio dei prati da questa
parte. I
pioppi della Polcevera
Il
rio Polcevera era, già allora, poco manutentato, ma quello stato di
momentaneo abbandono lo aveva reso migliore. Sulle sue rive, due file di
grossi pioppi, sorgevano da una folta e svelta vegetazione di cespugli
che davano al corso d’acqua l’aspetto di un fiumiciattolo nascosto
nel verde. Ogni pianta e ogni arbusto erano carichi di foglie verdi e i
loro rami si curvavano contro l’azzurro cielo che vi faceva da sfondo.
Per raggiungere l’acqua bisognava vincere la resistenza dei cespugli
che oltretutto non erano rovi spinosi, ma sambuchi, pioppelli e licheni.
Poi appariva il rivolo d’acqua limpida e pulitissima, che, a
tratti, scorreva tra l’erba del prato che vi cresceva fin dentro. Sul
fondo si erano formate
piccole dune di sabbietta e faceva piacere camminarci sopra.
Raggiungemmo il ponte che superava il rio, tra due brillanti pioppi alti
una cinquantina di metri che stavano lì da un secolo ai lati della
strada e segnavano l’inizio dei poderi della tenuta. Li
guardammo impressionati da tanta mole. Erano alti e molto grossi. I
boschi della tenuta
Superato il martinetto, la campagna da quel punto in poi fino all’argine dell’Orba era lasciata a bosco di pioppi, acacie e roveri. Forse c’erano anche olmi o altre piante, ma io riconoscevo solo queste tre piante: il pioppo perché lo vedevo coltivare dappertutto, l’acacia perché aveva le spine, il rovere perché aveva le ghiande. Il bosco ceduo mi è sempre piaciuto, con il suo sottobosco con tanti cespugli in parte spinosi. A mano a mano che si procedeva verso l’Orba, lanciavamo sassi tra i cespugli per far volare via i fagiani. Ci divertivamo rumorosamente e senz’altro, fagiani e lepri si erano già allontanati al nostro passaggio. Gli alberi, ai lati della strada, erano talmente alti e fronzuti, che le loro chiome si toccavano formando una galleria di verzura fresca e ombrosa. Faceva piacere camminare, al fresco, sotto quelle piante. La strada era di terra battuta e c’invitava a camminare scalzi. Mi tolsi i sandali e li infilai in una bretella camminando nella polvere soffice come quella del cemento. I
fondoni dell'Orba Il termine fondone è un termine praticamente solo boschese e sta a significare un invaso d’acqua profonda. I fondoni erano e sono dei piccoli laghetti che si formano nel letto del torrente quando questi, in primavera con le piene, vengono spostati verso valle migliaia di tonnellate di ghiaia e sassi e in base alle correnti si modella il fondo in maniere irregolare formando qua un avvallamento la una dolina di ghiaia e pietroni. Si forma a monte un invaso d’acqua profonda da pochi metri fino a una decina di metri. La sua estensione dipende sempre dalla forma del greto del torrente e può essere di poche centinaia di metri quadrati fino a parecchi ettari di superficie, e lunghi alcune centinaia di metri. E di acqua ce ne tanta, talmente tanta che l’ambiente dell’Orba ne è fortemente condizionato. Il fondone è un ambiente vivo che ha un suo momento di nascita e poi col tempo, da pochi anni ad alcuni decenni, lentamente, riempiendosi di terra e ghiaia portata dalle piene, ritorna ad essere semplicemente un torrente normale ove l’acqua scorre bassa tra i sassi. Dove oggi c’e un fondone un tempo, nemmeno tanto lontano, c’era un guado d’acqua bassa, e dove oggi c’è un guado d’acqua bassa, un domani potrebbe formarsi un fondone I fondoni sono la vita dell’Orba, sono la bellezza dell’Orba, sono la meraviglia dell’Orba, sono un ambiente morfologico perfetto per la conservazione della flora e della fauna ittica e microbiologica. Sono ubicati quasi sempre sott’argine dove la curva del fiume fa dell’argine il perimetro esterno, dove l’acqua durante le piene scorre più veloce asportando più materiale formando il fondone. Queste sponde sono solitamente rinforzate da enormi gabbioni, sacchi enormi fatti con grossa rete metallica zincata, e riempiti di sassi. Ce ne sono di diverse misure, lunghi una decina di metri e alcuni quadrati di alcune centinaia di metri cubi di volume. Anni fa, munito di maschera da sub, mi sono immerso in uno di questi fondoni. I gabbioni poggiavano sul fondo del fondone ad un cinque o sei metri, e sbucavano dall’acqua per altrettanto, appoggiati sulla sponda e sull’argine ove pioppi e salici, crescevano in mezzo a loro fin dentro l’acqua. Sott’acqua tra gabbioni, rami e radici trovano rifugio una infinità di pesci. Il pesce per eccellenza è la carpa. Questo ciprinide, verde brillante sulla schiena e giallo sulla pancia, già bello di per sé, è considerato il maiale di fiume. Di due specie: carpa nostrana e carpa a specchi tipica da allevamento, passa il suo tempo a grufolare sul fondo melmoso dei fondoni, cibandosi di microalghe ed erbe acquatiche, produce cinquecentomila uova per kilogrammo di femmina che vanno a nutrire per mesi, tra uova e avannotti, una miriade di altri pesci. Oggetto di una pesca scellerata, da pescatori boschesi e non, ne fu quasi estinta la presenza della razza autoctona. Le attuali carpe esistenti sono state reintrodotte da allevamenti. Un altro pesce tipico dei fondoni è il cavedano ( quaiastro ) bianco argento, vive nell’acqua corrente ai limiti dei guadi. Formidabile predatore di pesci piccoli, è considerato lo spazzino del torrente. Qualsiasi pesce, malato o morto, finisce inesorabilmente nel suo stomaco impedendo che la decomposizione inquini l’acqua da agenti patogeni conseguenti. La predazione sugli avannotti di carpe ed alborelle limita il sovraffollamento da pesci solo erbivori contribuendo in maniera notevole al mantenimento dell’equilibrio ecologico del fondone. Comunque è un pesce onnivoro, viene pescato con tutto quello che la stagione in corso produce, sambuchi, mais ancora da maturare, ciliegie, palline di polenta, fiocchetti di pane. Le alborelle sono pesci azzurri che vivono a branchi. La loro presenza permette la vita ad altri pesci come il cavedano, appunto, la trota, l’anguilla e non ultimo le bisce d’acqua. Nel mese di giugno durante il periodo dell'accoppiamento ( della fregola ) saltano sull'acqua animando il torrente. Come si può capire, la distruzione di un fondone, sotto tutti gli aspetti che lo possono provocare è soltanto un grosso danno difficilmente riparabile. The cottage on the river Gli alti fusti dei pioppi, mano a mano che avanzavamo, lasciavano sempre più posto a piante più basse, nate a cespuglio, che formavano una vegetazione spontanea ripariale più densa. Erano, in ogni modo, sempre pioppi, roveri e diverse acacie, immersi in un sottobosco foltissimo di arbusti di ogni tipo. Apparve allora in mezzo alla vegetazione il tetto in coppi di una grossa capanna. Proseguimmo di corsa scavalcando mio zio e ci trovammo, presto, in una specie di spiazzo pulito dal sottobosco ma con le piante più belle, ancora al loro posto, davanti alla costruzione. Eravamo finalmente arrivati alla capanna dei cacciatori, sulla cui porta d’ingresso su di un’assicella una scritta: the cottage on the river. Quella capanna era stata costruita, qualche tempo prima, da un gruppo di cacciatori di Bosco che, amanti della caccia e delle escursioni in un ambiente selvoso come l’Orba di allora, la utilizzavano come base di appoggio durante le loro battute di caccia, come punto di ritrovo per le loro bisbocce e quando portavano i loro cani per la campagna nei periodi di addestramento. Era fatta in tronchi d’albero, quattro grossi sui quattro lati, grossi rami per traverso formavano le pareti che erano state stuccate con terra dei campi, setacciata e pulita da tutte quelle impurità come sassolini, paglia, zolle di letame e altro, poi mischiata con della sabbia fine, come fosse della calce. Il tetto era in coppi e un camino ci faceva bella figura. L’interno aveva le pareti, pure stuccate sempre in terra dei campi, e rivestite con carta da pacco. Così me la ricordo. Non ricordo se aveva sedie o tavoli, ma l’interno era molto accogliente. Probabilmente, nei periodi invernali, era usata da questi amici della bisboccia che si scaldavano con la stufa in ghisa che scaricava i suoi fumi con un tubo verniciato d’alluminio e usciva dal camino attraverso il tetto. Lo spiazzo davanti alla costruzione era abbastanza ampio e dava verso l’Orba. Le piante e i cespugli dell’argine verso il torrente scendevano sul greto con lui e abbassandosi, lasciavano aperta la visuale su un gran fondone che si vedeva lontano verso la riva sinistra del torrente. Questi, un poco più a monte, era alimentato attraverso un guado, da un altro fondone che si trovava sul lato destro del torrente proprio sotto l’argine il quale era protetto da immensi gabbioni. Il sole di mezzogiorno colpiva in pieno tutto lo spiazzo e la facciata della casa dandogli una luminosità eccezionale. In un angolo di quello spiazzo, un pozzo molto artigianale, fatto con tubi zincati, piantati con il maglio, ad una profondità non più di una decina di metri, forniva l’acqua necessaria tirata su con una pompa a mano. Di fronte alla facciata della casa un pergolato d’uva fragola formava un angolo in ombra sotto il quale un tavolo e alcune panche raccoglievano al desco della bisboccia alcuni cacciatori, persone da noi conosciute perché erano del paese. Il
prato dei fagiani
La
meta questa volta era un altro mio prato in fondo ad una strada che tira
dritto alla prima curva della Bussolana. Questa si diparte dalla
Bussolana alla prima curva, tirando dritto per almeno un chilometro, e
finisce in un paio di fondi di cui il penultimo è gravato da servitù
passiva. In quel prato ci andavo volentieri perché lo consideravo il
migliore che mio padre avesse in affitto. Era tutto circondato da
grossi alberi di pioppo, che segnavano i fossi che ci stavano attorno,
la vegetazione della riva era rigogliosa e chiudeva il gran
prato come in una cinta, vi cresceva un’erba fine fine che ci
faceva un piacere camminarci sopra scalzo. Abbondava in fondo a questo
prato l’insalata che vi cresceva assieme al trifoglio. Ci arrivammo
camminando nell’acqua fino alle ginocchia attraverso i prati che erano
intorno. Di corsa saltammo il fosso ma ci cascammo tutti dentro
trovadoci immersi nell’acqua
fino alla cintola. Risalimmo il rivetto del fosso e uscimmo allo
scoperto. Eravamo fradici ma entusiasti, e più ancora ci toccò forse
la più bella sorpresa della giornata. Quel prato quando irrigavano la
campagna era sempre l’ultimo ad essere irrigato, per cui in quel
momento sul prato notammo diverse coppie di fagiani e di lepri che se ne
stavano all’asciutto. Come ci videro diedero l’allarme. I fagiani
lanciarono il loro grido inconfondibile e le femmine automaticamente si
cucciarono nell’erba bassa sparendo
praticamente alla nostra vista, le lepri batterono vigorosamente le
zampe posteriori sul terreno e alzarono dritte le orecchie restando
immobili sull’allerta. Brachette e sandali in mano, completamente in
mutande, fradici di acqua da capo a piedi, guardavamo quello spettacolo
estasiati. Un bagno indimenticabileVedemmo
uno specchio d’acqua incredibile: un fossato largo un paio di metri e
lungo una ventina era li davanti a noi tra due file di pioppi decennali.
Il fossato era pieno di acqua fino al colmo dei rivetti e scolmava
lentamente, in tutta la sua lunghezza, verso i prati di destra e di
sinistra che aveva quasi allagato completamente. Il suo deflusso
era calmo e l’acqua dei prati bagnava per quasi una spanna la base dei
pioppi. L’acqua della roggia percorreva per un chilometro un fosso,
filtrata da cespugli di
licheni ed erbe acquatiche e vi arrivava pulita e limpida,
quasi da bere. La
sua velocità, entrando nel fossato,
rallentava e acquisiva quella calma che la faceva trasparente come uno
specchio, senza increspature che ne turbassero la superficie. Si vedeva
benissimo il fondo di una gambata d’acqua pieno di erba verde e fine,
le fronde dei pioppi gli si riflettevano, il cielo si rivelava del suo
azzurro intenso, nel riflesso sull’acqua si distinguevano perfino le
poche nuvole. Fu per noi un invito talmente allettante che nessuno
parlò. Ci sfilammo in silenzio canottiera e pantaloncini e in mutandine
ci tuffammo a palla tutti
quanti uno dietro l’altro. La
gran cascata Proseguimmo attraverso il prato verso il mulino. Gia da li vedevamo tra gli alberi la cascata bianca e spumeggiante di cui ne sentivamo il rombo. Il lago di quella cascata che noi chiamavamo “bugiòn” non era allora come è purtroppo oggi dove il cemento e l’interramento ci ha fatto scempio. Quel lago era più esteso. Ancora oggi si vede la sagoma della vecchia posizione. Era circolare, di almeno una decina di metri più largo verso il prato, la riva era bordata da grossi pioppi neri e grandi salici le cui fronde scendevano fino a toccare l’acqua. Cinque metri cubi d’acqua al secondo, portati dalla roggia, scendevano con un salto di cinque o sei metri, bianca, spumeggiante e fragorosa, riempiendo il laghetto fino quasi a straripare e se ne andava verso le rogge di San Michele e verso il Bedale, portando acqua verso i prati che erano irrigati per allagamento Restammo ammirati, sulla riva del laghetto e tra gli alberi, a guardare tanta imponenza e ne respiravamo l’umidità. Sentivamo nelle nostre narici l’odore del limo di fiume, che ci era famigliare, e sulla pelle la frescura dell’acqua nebulizzata che ci arrivava in faccia con lo spostamento d’aria. Seguimmo il percorso dell’acqua, camminando lungo la riva della roggia che da lì partiva, seguendo con lo sguardo un tronchetto di legno che si era sganciato dal ribollire dell’acqua sotto la cascata, arrivammo all’incastrino passammo sul suo ponticello e ci trovammo di fronte al tunnel da dove usciva l’acqua che un tempo faceva girare la turbina del mulino. Era pieno fino quasi alla volta. Un grosso e vecchio salice piangente stava su quel piccolo promontorio di terra che ora fa da tappo a quasi tutta la roggia, le sue fronde scendevano fino al piede della pianta e alcuni rametti si appoggiavano sull’acqua orientandosi secondo la sua corrente. Guardai appagato. Mi piaceva quell’ambiente senza cemento, con tanti alberi e incontaminato. Basta poca immaginazione per capire che razza di ambiente era quel sito dietro il mulino. Oggi averlo perso è veramente un peccato. xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx |
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xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx La
morte del nonno. L’inverno del 1955 durò più a lungo del solito. Agli inizi di marzo il freddo era ancora pungente e un venticello da neve, che ti faceva poco sperare in una precoce primavera, lo sentivamo spirare nella canna del camino. Passeri e merli, quasi fermi, planavano nell’aria fredda sopra il cortile. Normalmente al mattino vedevo la nonna scendere le scale e prendere possesso della cucina, mio padre sedersi a tavola e mangiare la colazione rigorosamente zuppa di pane nel latte, mia madre affaccendarsi per preparare mia sorella ed io per andare a scuola con la consueta vivacità di una casa abitata da gente laboriosa. Ma
in quei giorni no, tutti stavano tutti in silenzio. Anche Bobi non
abbaiava, stranamente. Chiedendo
su cose stesse succedendo, mi rispondevano sotto voce e con molta
mestizia: "
Il nonno non sta bene, non gridare. " "
Ma che cos’ha? “ Chiedevo. "
E' vecchio
e non sta bene, abbi pazienza stai zitto.“ Era la risposta che
ricevevo. Mai,
come in quel periodo, vedevo il dottor Poggio, giovane medico condotto
del paese, venire a trovarci almeno tre volte il giorno. Quando entrava
nel cortile, Bobi, non abbaiava com’era suo solito fare da buon cane.
Sentiva il clima di quei momenti. Qualche
giorno dopo, stavo giocando in cortile con cartucce da fucile da caccia,
quando mia madre mi chiamò. Andai da lei: "
Pio il nonno vuole parlarti. " "
Cosa vuole." "
Vuole salutarti. " Non appresi il significato. Salii, però, in camera dei nonni e vi entrai lentamente. Ciò che vidi mi fece un po’ d’impressione però fui lieto di vedere il nonno. Era
steso sul letto, con la camicia da notte bianca, la sua gamba ammalorata
dalle vene varicose, alzata e posata su due cuscini e con le piaghe
completamente esposte. Una serie di cuscini sotto la testa lo tenevano
sollevato. Bianco di capelli, tagliati corti, con la barba incolta da
diversi giorni, era lì con la bocca semichiusa e il respiro
affannoso. L’aria della stanza era pesante e sentivo l’odore
dell’orina nel pitale. Non mi vide subito, girai intorno al letto e gli andai vicino, si accorse finalmente di me guardandomi a lungo sorridendo. "
Ciao nonno. " Si
concentrò un attimo e con un filo di voce mi rispose: "
Ciao Pio " Lo vidi profondamente commosso. Nei suoi occhi apparvero
delle lacrime. "
Mamma il nonno
piange." "
E' contento
di vederti " Mi rispose "
Come stai
nonno. " "
Bene bene. " Mi
tranquillizzò "
Saluta il nonno Pio, dagli un bacio. "
M’invitò la nonna. Mi avvicinai e baciandolo sulla guancia gli sussurrai: "
Ciao nonno. " Alzò
la sua mano destra, mi prese il capo e mi avvicinò a lui stringendomi e
dandomi un bacio sulla fronte. "
Domani vengo a trovarti ancora. " "
Ciao Pietto vai pure e sta tranquillo. " Mi
rispose con il suo filo di voce. Così dicendo mi passò una mano nei
capelli e me li scompose. Lo
lasciai che era contento di avermi visto. Girai intorno al letto, per
uscire dalla camera, guardandolo sempre negli occhi e lui mi seguì, con
il suo sguardo, fino a che ne fui fuori. Tutta
la notte fu un agitarsi delle persone che seguivano il nonno. Non mi
osai chiedere ma capivo che era prossimo il dramma di una vita. Feci
fatica a prendere sonno, mi addormentai molto tardi. Quella notte verso
l’alba il nonno si spense. Al
mattino, fui svegliato e invitato ad andare a scuola .
Presi per mano mia sorella e a passo svelto ci incamminammo
quando incontrammo per strada il parroco mons. Ugo Guarona. Veniva verso
casa mia e come ci vide ci fece il suo sorriso paccioccone, poi, quando
ci fu vicino, ci disse quasi sussurrando: "
Ciau. " Allungò una mano
verso me, come per darmela, ma vidi che aveva una caramella. Era una sua
abitudine dare caramelle ai bambini. "
Grazie. " Gli disse prendendola "
Vai, vai a scuola che è tardi. " Mi rispose quasi sospirando e
continuò con passo svelto verso casa mia. Durante
la lezione, sentii suonare le campane della chiesa parrocchiale. Era un suono lento e cadenzato. Suonavano
l'agonia. Restai muto e pensoso col groppo in gola e appena alzati
gli occhi, incrociai quelli della maestra. "
Vai pure a casa. " mi disse. Feci
la cartella e me ne andai quasi senza salutare. Scesi
in Valgelata e corsi, sotto il muraglione, fino al cancello di casa. Lo
trovai aperto, qualcuno usciva silenziosamente. Le
galline erano tutte chiuse nel pollaio e il cortile era stato ramazzato
di recente. Bobi,
vicino alla porta d’ingresso, era accucciato con il muso appoggiato
sulle zampe anteriori e puntato verso l’entrata. Tutto era in
silenzio. Volevo
salire nella camera del nonno, ma entrando in casa lo vidi già in sala,
disteso sul tavolo. Mio padre gli radeva la barba per l’ultima volta.
Mi avvicinai, lo guardai e per la prima volta ebbi esattamente la
sensazione di cosa fosse la morte. Non piansi come di solito capita, ho
sempre avuto un buon controllo emotivo, ma mi dispiaceva profondamente
che il nonno fosse morto. Oggi penso alla vita che aveva fatto,
naturalmente cercando di immaginarla. Senz’altro, come tutti i nostri
nonni, fu una vita di lavoro bestiale, senza tregua, senza
riconoscimenti. Una vita dove, giorno dopo giorno, si doveva tirare
avanti, fino allo spasmo, per tutta la giornata e arrivare a sera
stanchi morti. Poi riposarsi per il giorno dopo, che spesso, era peggio
dell’oggi. Chiamato alle armi per ben due volte, la seconda fu per
andare in guerra sul fronte delle Dolomiti, sul Cadore. Probabilmente di
momenti felici ne conobbe pochi, e per tutta la vita non fece che
lavorare, lavorare, lavorare. Addio
nonno vecchio patriarca. Figura insostituibile nella vita di famiglia.
Immagine inconsueta di saggezza ed esperienza, ma anche di passata ed
obsoleta esistenza. Il tuo mondo finisce con te e con i tuoi compagni,
che ti hanno accompagnato in tante sventure sui fronti di guerra e in
tanto tribolare sul fronte del lavoro. Rimarrà di te il ricordo, nelle
coscienze di chi ti ha conosciuto e apprezzato e con quel ricordo
porterà avanti la sua vita nel bene e nel male, nella giustizia e nell’ingiustizia,
nel lavoro e nella famiglia. Un giorno si riparlerà ancora di te
cercando da qualche parte la tua storia, per poterla raccontare a chi
non ti ha conosciuto, perché è nell’animo delle persone nostalgiche
che si trova assopito quel ricordo che poi, al suo risveglio, farà
conoscere ad altri le proprie radici. A
sera il cortile si riempì di gente. Venne monsignor Guarona a recitare
il Rosario. Alla
fine fu un lungo via vai di gente che entrava in casa, osservava mesta
la salma e si segnava con il segno della croce.
Tra le amiche di famiglia, di più lunga data, qualcuna baciò la
salma, sulla fronte, salutando il nonno con dei “ Ciau Piìèn
” strozzati dalle lacrime. Erano, quelli, degli arrivederci a presto.
Poi lentamente tutti ritornarono a casa loro. Era
d’uso, quando moriva un famigliare, vegliare tutta la notte accanto a
lui e parlare di lui e della sua vita. Fu così anche per il nonno.
Restarono a fare la veglia, oltre a mio padre, alcuni nipoti del nonno,
Genio Bovone, Giovanni Bonabello, Felice Bovone, e Angelo Bovone. Per
confortare la serata ai nipoti, mia madre aveva preparato una pentola di
denso minestrone di pasta e verdure. Fu gradito da tutti, anche da me
che desideravo fare la veglia come gli altri. Il
mattino dopo mi svegliai nel mio letto. Mio padre ridendo mi ricordò che
ero inesorabilmente crollato prima della mezzanotte, poco dopo aver
finito il piatto di minestrone. Il
25 marzo ci furono i funerali. Quel giorno la coda dell’inverno ci
fece la sorpresa di una bella e copiosa nevicata. Veniva giù abbondante
e copriva velocemente ogni cosa. La
bara fu caricata su di un carro funebre, dico carro funebre, ancora
tirato da cavalli con drappi neri, portata in chiesa per la funzione poi
da li fino al cimitero. Ai quattro lati del carro, quattro cordoni di
canapa dorati furono presi per mano da quattro vecchietti, amici d’infanzia
del nonno. Un lungo corteo accompagnò la bara fino al cimitero e con
noi vennero quei quattro vecchietti. Avvolti nelle loro mantelline nere
e con gli zoccoli di legno nei piedi “ i sucròn-ni “. Seppure
il loro passo stanco era malfermo, non si preoccuparono minimamente
della neve che già era alta una decina di centimetri. Accompagnarono la
bara, per l’inumazione, fino alla cappella di famiglia. Finite
le orazioni funebri di monsignor Guarona ci fu un attimo di silenzio
mesto e composto e in quel silenzio, uno dei quattro vecchietti prese la
parola e parlò tra i turbini di vento e neve che tagliavano la faccia.
Era Gamaleri Pio Oreste: "
Caro Pio sei arrivato infine alla tua meta ………." Disse. Ricordo
vagamente le parole che seguirono; parlò della loro vita, a Bosco, come
amici di gioventù e soprattutto della loro avventura sui campi di
battaglia della prima guerra mondiale. La migliore gioventù, la più
sana, la più robusta, la più produttiva fu mandata sui campi di
battaglia a combattere e morire lasciando a casa solo i vecchi, le
donne, i bambini e gli scarti di leva. Ricordo molto bene che finì
così: "…..più di ottocento siamo partiti, sessantadue di noi sono rimasti là. Oggi ci contiamo sulle dita di una mano sola. " Probabilmente
si riferiva alla stretta compagnia degli amici di leva. Di veterani
della prima guerra mondiale ce n’erano ancora almeno un paio di
centinaia. Con gli occhi pieni di lacrime e la voce strozzata ebbe
un attimo di commozione profonda. Alzo
lo sguardo, il mento sembrava tremare, fece ancora uno sforzo si riprese
e finì: " Arrivederci Pio, presto saremo ancora tutti insieme. " Parole che crearono un profondo silenzio rotto da qualche pianto strozzato e che al solo pensarci mi attanagliano il cuore ancora oggi. Così moriva quella gente. xxxxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxxxx |